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Innovare, non basta la parola

Nelle mille letture di tutti i tipi che cercano, invano, di placare la mia sete di cultura, mi sono imbattuto in un articolo del giornalista Riccardo Luna (*) sull’innovazione, parola tanto importante quanto inflazionata, in questo momento, fortemente utilizzata per far presa su chi si arma di gran coraggio e decide di intraprendere un nuovo percorso verso il futuro.
L’articolo non parla di alberghi o SPA ma la “battaglia” che Riccardo Luna sta combattendo a favore dell’innovazione è la stessa che riempie le pagine di questo blog, in cui “innovazione” è una parola chiave ricorrente, frequente esortazione per hotellerie e benessere che, purtroppo, si dimostrano settori statici in cui si continua a parlare al vento senza riuscire a muovere una paglia.
Perché quelli che vogliono cambiare il mondo non aspettano. Lo fanno”: il sottotitolo del libro “Cambiamo tutto: la rivoluzione degli innovatori” scritto da Luna è più esplicativo di qualsiasi commento.
Chi ama il nostro bellissimo settore, non può esimersi dal porsi allo specchio le stesse domande dell’articolo, che ho voluto riproporre come Guest Post perché, malgrado tutti i buoni propositi, l’approccio ad una presunta riqualificazione del settore continua ancora a passare da vecchi presupposti, legati ad un modo ormai passato di fare-albergo.
Vogliamo parlare di innovazione? Partiamo dal rendere indimenticabile il soggiorno dell’ospite attraverso la proposta di spazi e servizi che contribuiscano all’emozionalità della sua esperienza. Abbiamo mille mezzi a nostra disposizione, eppure si continuano a presentare camere decisamente non adeguate, un’immagine dell’hotel non all’altezza dei nostri tempi, ambienti comuni male utilizzati e senza appeal, per non parlare di SPA drammaticamente non funzionali.
E dove sta l’innovazione, allora? Solo “chiacchiere e distintivo”?

Ma anche in Silicon Valley li fanno, i “convegni sull’innovazione”? O fanno soltanto l’Innovazione, quella vera, che ci cambia la vita in meglio e crea almeno qualche milionario?

Ph. Galactic Suite Design  Ph. Galactic Suite Design

Di ritorno dall’ultimo viaggio a San Francisco questa domanda mi ha fatto compagnia per un bel po’, mentre in Italia rimbalzavo da una tavola rotonda all’altra, ripetendo, ma con assoluta convinzione e perfetta buona fede, ogni volta le stesse cose, perché sono quelle cose di cui mi occupo.
E ascoltavo il sindaco o il ministro di turno “aprire i lavori” perché “le istituzioni” parlano prima e poi, di solito, salutano in fretta e se ne vanno seguiti dai giornalisti locali a caccia di una dichiarazione purchessia; più spesso, al loro posto c’è un sottosegretario o un assessore che portano i saluti di chi “non è potuto intervenire per impegni istituzionali ma è vicino agli organizzatori”.
E poi è sempre il turno degli amministratori delegati dell’azienda che sponsorizza il tutto, che di solito di sono preparati un discorsetto con qualche citazione a effetto e in fondo è giusto così, no? Perché hanno pagato loro la sala, i microfoni , in qualche caso lo schermo per le slides, e il coffee break per quei minuti di celebrità dal podio. Già, le slides, che quasi nessuno ha imparato a fare perché davvero servano a qualcosa, ma sono così fitte di numeri e parole che non basterebbe una lente di ingrandimento a capirne il senso.
Infine il pubblico in sala: le prime file quasi vuote con quelle tristissime scritte “riservato” in attesa di autorità che non arrivano mai e vaghe presenze sparse come le famose stelle dell’Orsa.
Insomma, anche in Silicon Valley mettono in scena, come da noi, questa rappresentazione dell’innovazione ogni giorno, più volte al giorno?

La risposta è NO, ovviamente, e il motivo è evidente: non hanno tempo da perdere.
Neanche noi in effetti. E allora perché ci sottoponiamo a questo rito sacrificale?
Come se il fatto stesso di evocare l’innovazione equivalesse a farla apparire miracolosamente?
INNOVAZIONE_!Intendiamoci: non sono gli innovatori, o gli aspiranti tali, ad avere inventato i convegni. Che nascono, anticamente, come una cosa seria: un incontro di persone, spesso di studiosi, per condividere conoscenza ed uscirne in tal modo arricchiti (culturalmente, ovvio).
Ma visto che oggi abbiamo a disposizione Internet, ovvero “la più grande piattaforma di condivisione della conoscenza che l’umanità abbia mai avuto” (è una mia citazione, perdonatemi), perché oggi proliferano i convegni? È un po’ come la profezia sbagliata della fine della città: con l’avvento della rete, si diceva, le città moriranno perché potremo tutti vivere sul cucuzzolo di qualche montagna e connetterci quando vogliamo.
Invece le megalopoli stanno sorgendo ovunque: la rete infatti non elimina il bisogno di vedersi e parlarsi di persona, anzi, lo aumenta visto che è proprio questo uno dei generatori delle nuove idee (è dimostrato scientificamente).
Lo stesso, quindi, accade per i convegni?

Non esattamente.
I convegni che si fanno in Italia sull’innovazione assomigliano molto a quelli che si facevano fino a qualche anno fa sulla politica: c’era quello della sinistra DC, dei moderati del PCI, dei riformisti liberali e dei liberali socialisti. Erano una rappresentazione delle correnti dei partiti politici, servivano a contarsi e legittimarsi.
Oggi, quando non sono grandi aziende decotte in cerca di un nuovo look a buon mercato, è ancora la politica, spesso quella con la p minuscola, che cerca di impadronirsi dell’innovazione.
Perché è di moda, perché indica il futuro che avanza, perché promette un mondo migliore.
E perché fa girare una montagna di soldi.

In Europa, e in Italia in particolare, i fondi per l’innovazione sono in gran parte pubblici e crescono (giustamente) ogni anno. E quindi si va avanti a bandi. Bandi e convegni. Convegni e bandi. Chiacchiere e distintivo.
Niente di illegale, sia chiaro, ma quanta fuffa! Quante parole sprecate. Quanto tempo perso. Quanti eventi in cui il premio per gli startupper o i giovani talenti è inferiore al costo dell’evento stesso!
Certo, ci sono eccezioni: si organizzano anche eventi bellissimi dai quali torni convinto di aver imparato qualcosa. Ma sono eccezioni. E non bastano a creare innovazione vera. Proviamo a cambiare rotta?


(*) Riccardo Luna, giornalista, scrive su “La Repubblica” da dieci anni. Prima e dopo ha avuto la fortuna di fondare e dirigere tre giornali: “Campus”, “Il Romanista” e “Wired”.
Ha scritto per primo di Calciopoli, ha candidato Internet al premio Nobel per la Pace ed è Presidente
di Wikitalia, associazione che si occupa di trasparenza e partecipazione politica attraverso la rete; soprattutto, da sette anni si occupa di digitale ed innovazione.
Ha collaborato con Expo2015 e partecipato al Padiglione Italia della biennale di Architettura del 2010.
Sul web ha diversi progetti in corso: un blog su “Il Post”, la direzione del sito “CheFuturo! Il lunario della innovazione” e la guida di “StartupItalia!”.
Ha curato e condotto le conferenze internazionali Happy Birthday Web, Makers e iSchool e il Next della Repubblica della Idee. È stato co-direttore della European Maker Faire svolta nel 2013 e nel 2014 a Roma
Insegna alla Scuola Holden e ha una rubrica settimanale in tv, su Rai2.

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